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Introduzione
Livello: Settore
Denominazione: Colonie del Levante
Numero delle unità: 103
Anni estremi: 1374-1505
Composizione: n. 6 serie
Denominazione delle serie: Caffa; Famagosta; Pera; Difesa militare: Crociata; Altro
Ordinamento: le unità sono ordinate per serie

Le colonie del Levante, un tempo basi delle fortune commerciali genovesi, furono tra le prime ad essere trasferite dal Comune all’ufficio di San Giorgio. Il passaggio avvenne in due tempi legati alle loro diverse collocazioni geografiche e vicende politiche.
Il primo possesso coloniale di San Giorgio fu quello di Famagosta, la cui importanza strategica nel commercio con la Siria aveva attirato fin dal sec. XIII numerosi mercanti genovesi e aveva stimolato il loro insediamento anche in altre località dell’isola di Cipro, in particolare a Limisso e a Nicosia. I continui tentativi di strappare privilegi crescenti alla dinastia regnante dei Lusignano posero più volte i genovesi in conflitto con essa e si conclusero nel 1381 con esito per loro positivo grazie anche all’aiuto fornito dalla « maona di Cipro », una società privata costituita da armatori, mercanti e capitalisti genovesi per armare spedizioni militari oltremare e dividersi i benefici ottenuti; i genovesi ottennero infatti la proprietà della città di Famagosta e il deposito nel porto di Cerines, mentre il sovrano dovette impegnarsi a pagare in perpetuo alla Repubblica un tributo annuo e inoltre a rimborsare alla maona le spese di spedizione.
Gli attacchi di Giano, nuovo re di Cipro, insofferente della supremazia genovese sull’isola e dell’obbligo del tributo, portarono nel 1403 alla costituzione di una nuova maona (detta nova in contrapposizione alla precedente o vetus) che insieme con la precedente armò una nuova spedizione per costringere il sovrano ad onorare i vecchi e i nuovi impegni. La maona vecchia di Cipro confluì nel 1408 nella Casa di San Giorgio, che ne ereditò i diritti verso il sovrano in carica e si assunse anche la difesa di quelli della nuova, ma calamità naturali, epidemie, scorrerie di pirati e invasioni di altri popoli funestarono il regno svuotando le casse del sovrano e minacciando gli interessi genovesi. Il governo ricorse più volte alla Casa di San Giorgio per averne sussidi in denaro finché, ritenendolo l’unico organismo in grado di sostenere il peso della situazione e porvi rimedio, decise di cedergli temporaneamente la città di Famagosta. Il trapasso fu sanzionato nel luglio 1447 per una durata di 29 anni, nel corso dei quali le compere di San Giorgio avrebbero avuto il dominio assoluto della città con pieni poteri sovrani e giurisdizionali, il diritto di amministrarla a piacimento e quello di riscuoterne i proventi a proprio vantaggio; in cambio avrebbero avuto l’obbligo di spendere annualmente L. 10.000 a vantaggio del luogo, dargli nuovi statuti, curarne il ripopolamento e assicurargli i rifornimenti annonari. Nel tentativo di superare la persistente avversione della Casa di Lusignano, tuttavia, la repubblica favorì le pretese di un Savoia sul regno di Cipro e ciò indusse un altro pretendente a prendere le armi contro Genova, a conquistare il trono e ad assediare Famagosta che, priva di aiuti, gli si diede nel 1464. [1]
Poco dopo l’acquisto di Famagosta fu la volta delle colonie del mar Nero, che il Comune definiva enfaticamente impero di Gazaria, della Tana o del mare Maggiore (l’attuale Crimea) e che erano costituite dalla città di Caffa (il centro principale), da Soldaia e da un certo numero di borghi e casali tra cui Samastri e Cembalo. La caduta di Costantinopoli (maggio 1453) e il blocco del Bosforo posero le colonie in una situazione estremamente critica che fece temere la prossima interruzione di ogni contatto politico, militare e commerciale con la madre patria. Il Comune, privo di mezzi, si rivolse all’unica potenza finanziaria sensibile all’interesse pubblico, l’ufficio di San Giorgio, che era anche interessato al loro destino a doppio titolo: perché possedeva tutti i luoghi della compera di Gazaria , ossia del debito contratto dallo Stato nel secolo precedente per provvedere alla loro difesa, e perché i suoi proventi erano alimentati anche dalle imposte sul commercio coloniale; e gli offrì di subentrargli nel dominio di Caffa e delle altre colonie della Tana. L’offerta venne accettata e il trapasso fu formalizzato con un atto del 15 novembre 1453; con esso il Comune, considerato che la conquista di Costantinopoli aveva reso Maometto padrone del Bosforo e che, mancando l’aiuto del pontefice e dei sovrani d’Occidente, sarebbe stato difficile conservare quelle terre, trasferì in perpetuo ai Protettori il possesso, il governo e l’amministrazione di Caffa e di tutta la regione pontica (quam regionem mari Maius vulgus appellat) con tutti i connessi diritti, redditi, pertinenze e giurisdizione. Nel contratto il trapasso venne qualificato come una semplice donazione, ma da altri atti risulta che l’Ufficio di San Giorgio versò al Comune una somma di L. 5.500, probabilmente mascherata da prestito: un prezzo irrisorio, ma foriero di esborsi ingenti negli anni successivi per ottenere dal sultano i diritti di transito nel Bosforo, ristabilire le comunicazioni marittime e migliorare le difese di Caffa, minacciata dai tatari sul lato di terra. Nonostante le enormi spese, le condizioni di quei luoghi andarono rapidamente declinando, anche a causa degli esosi tributi pretesi dal Sultano; sinché nel 1474, sollecitato a mediare un conflitto di nomine interne, egli profittò dell’occasione per conquistare la città e liberarsi di una presenza fastidiosa nel mar Nero. Dopo Caffa i turchi presero Soldaia e gli altri possedimenti, ponendo fine alla presenza genovese in quei luoghi. [2]


Giuseppe Felloni




[1] Archivio di Stato di Genova (A.S.G.), Manoscritti, n. 680 (ora 41,00680), Leggi e ordini per la città di Famagosta, cc 63; per una buona sintesi v. E. Marengo - C. Manfroni - G. Pessagno, Il Banco di San Giorgio, a cura e per decreto del Consorzio autonomo del porto, Genova 1911, A. Donath, pp. 475-484.
[2] A.S.G., Manoscritti, membranaceo XXIIII (ora 412,00024, già pand. n. 3, n. 34], Contractuum 1453 in 1476. Liber primus privilegiorum. B, cc. 19-22, ed anche E. Marengo - C. Manfroni - G. Pessagno, Il Banco di San Giorgio, cit., pp. 484-494.