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Introduzione
Livello: Settore
Denominazione: Compere di San Giorgio
Numero delle unità: 9615
Anni estremi: 1346-1839
Composizione: n. 15 serie
Denominazione delle serie: Iscrizioni; Riepiloghi contabili; Riepiloghi numerici; Repertori nominativi; Luoghi: disposizioni orali; Luoghi: disposizioni scritte; Luoghi: disposizioni in deroga; Pagamenti in contanti; Scuse; Paghe: contabilità; Paghe: disposizioni scritte; Residui; Ufficio paghe; Contenzioso; Altro
Ordinamento: le unità sono ordinate per serie

Tra i debiti pubblici amministrati dalla Casa di San Giorgio, le "compere" costituivano il nucleo più antico ed importante, quello che diede origine alla Casa e ne condizionò gran parte della gestione per quasi quattro secoli. L'impiego del termine "compera" nel senso specifico ed in apparenza astruso di debito pubblico affonda le radici nel mercato finanziario genovese del sec. XII, dove sottintendeva due operazioni diverse, seppure simili in apparenza.
Con la prima lo Stato, per rendere meno incerto il gettito delle entrate ordinarie e più regolare il suo flusso, vendeva a privati il diritto di riscuotere una determinata imposta per un periodo di tempo prestabilito; il prezzo pattuito era pagato normalmente a rate ed in tale modo il Comune poteva contare su un'entrata regolare, conosciuta in anticipo e coperta da adeguate garanzie, lasciando agli acquirenti i rischi (o i benefici) dell'esazione. La vendita, che avveniva con trattativa privata od in pubblica asta, era chiamata "compera" (del gettito dell'imposta), ma tra gli storici è ormai invalso l'uso di rendere operazioni di tale genere con la parola "appalto".
Poiché le risorse correnti non erano sufficienti a sostenere le ambizioni espansive dello Stato, ben presto la voragine delle spese, ed in particolare di quelle straordinarie, aprì la strada ad una serie di crescenti disavanzi. Per colmare il deficit si ricorse a prestiti, anche molto onerosi, concessi sovente da mercanti locali o forestieri; ma per lo più i mezzi finanziari vennero raccolti mediante mutui stipulati con gruppi di sovventori e garantiti da redditi demaniali od entrate fiscali. A fronte del capitale ricevuto a prestito, il Comune cedeva al consorzio dei mutuanti il prodotto di una particolare entrata (ossia il suo gettito se era riscossa in economia od il prezzo di aggiudicazione se era stata venduta) e tale prodotto fungeva insieme da pegno per il rimborso, da pagamento degli interessi passivi (che perciò variavano di anno in anno in relazione all'introito della rendita assegnata) ed eventualmente da fondo d'ammortamento. Aggirando il divieto canonico dell'usura, il contratto era assimilato alla costituzione di una rendita (ossia, nella prospettiva dell'acquirente, alla sua "compera") e, in quanto tale, ritenuto del tutto lecito: giudizio conforme a quello che sarà formulato dal diritto canonico nei secc. XV-XVI con l'approvazione e la regolamentazione del censo consignativo. In questa seconda accezione il termine "compera", integrato ufficialmente da una locuzione che faceva riferimento al nome dei principali capitalisti, all'importo del prestito o ad altri connotati, designava insieme il mutuo ed il consorzio dei creditori, che era dotato di personalità giuridica, era gestito da uno o più partecipanti e sovente amministrava le entrate comunali ricevute in garanzia. [1]
L'uso nelle fonti del medesimo termine per indicare sia gli appalti, sia i prestiti si spiega forse con l'intenzione di prospettare ambedue i negozi come l'acquisto di un pubblico introito e di lasciare in secondo piano i contrassegni del prestito, ma non deve trarre in inganno circa la diversità sostanziale delle due operazioni. Nella compera - appalto il Comune continuava a fruire di una quota dell'introito, sia pure minore del suo gettito effettivo; nella compera - prestito, invece, il Comune riceveva una somma a mutuo ed in cambio cedeva al creditore nella sua interezza una particolare entrata fiscale, di cui avrebbe potuto rientrare in possesso solo dietro rimborso del capitale ottenuto.
L'impossibilità per lo Stato di riscattare le rendite impegnate portò, poco oltre la metà del Duecento, alla formazione di un debito consolidato permanente. Esso era composto di compere create in varie epoche sotto forma di prestiti volontari o forzosi, che avevano aliquote diverse d'interesse [2] ed il cui rimborso era lasciato alla discrezionalità del comune; il loro capitale era suddiviso in tagli ideali del valore nominale di 100 lire (i cosiddetti loca o "luoghi"), introdotti forse nel primo Duecento, che servivano a facilitare i calcoli ed erano frazionabili od aggregabili a piacere dei rispettivi proprietari.
In seguito il volume del debito pubblico consolidato andò crescendo in termini assoluti e relativi durante quasi tutta l'esistenza di uno Stato genovese. Oltre che la mole, i mutamenti riguardarono l'ordinamento del debito, soggetto a fasi alterne di dilatazione e consolidamento. I periodi di maggiore proliferazione dei debiti furono seguiti da pause di assestamento, nelle quali si procedette alla conversione in compere di quelli fluttuanti (se già non erano sorti in tale forma) ed alla loro unificazione in un solo corpo, mettendo in comune le rispettive assegnazioni onde attingervi un interesse identico per tutti i luoghi. Il nuovo debito unificato, chiamato pur esso compera e posto generalmente sotto la protezione di un santo, subentrava legalmente alle compere su cui era fondato e, come quelle, costituiva un consorzio dotato di personalità giuridica ed amministrato nell'interesse di tutti i luogatari. Alle riforme succedevano immancabilmente nuovi periodi di intenso indebitamento, cui seguiva la creazione di altre compere unificate per assorbire i debiti recenti ed eventualmente per fonderli con i più antichi.
I processi di assestamento del debito pubblico genovese iniziarono nel 1274 (Compera magna salis) e poi furono rinnovati nel 1303 (Compera magna mutuorum veterum), nel 1332 (Compera magna pacis), nel 1340 (Compera comperarum Capituli), nel 1368 (Compere Sancti Pauli, poi dette veteres), nel 1381 (Compere nove Sancti Pauli), nel 1390 (Compera Regiminis) e nel 1395 (Compere Sancti Petri).
A loro somiglianza nel 1407 furono create le Compere Sancti Georgii, che nel giro di cinquant'anni assorbirono quasi tutte le compere preesistenti, assumendo l'amministrazione delle loro dotazioni fiscali ed ergendosi sino al primo Seicento come uniche creditrici dello Stato. Al nuovo consorzio lo Stato ricorse più volte negli anni seguenti e nel 1539, riconoscendo l'impossibilità di restituire i prestiti ottenuti, stipulò con le compere un magnus contractus solidationis con il quale, tra le altre cose, la cessione degli introiti erariali per il servizio degli interessi divenne definitiva; di conseguenza il debito pubblico amministrato dall’Ufficio di San Giorgio si trasformò formalmente da redimibile in perpetuo e tale rimase fino alla caduta del regime aristocratico (1797). Il nuovo governo revocò le concessioni di gabelle e di poteri giurisdizionali a favore delle compere e proclamò i luogatari creditori della nazione, lasciando provvisoriamente a San Giorgio - ormai ridotto a semplice banco - l'amministrazione per conto dello Stato del debito in sue mani [3] e stabilendo in misura fissa l'aliquota dell'interesse. [4] Sancita sulla carta l'unificazione del debito pubblico, restava da realizzarla concretamente; a ciò vollero provvedere due leggi del 28 dicembre 1804, che incaricarono una speciale commissione di controllare tutti i debiti statali, inscrivendo le partite verificate in un apposito libro, e diedero un nuovo assetto al Banco di San Giorgio, a cui assegnarono l'amministrazione dell'intero debito. L'attuazione di queste misure fu bloccata dall'unione della Repubblica all'Impero francese (maggio 1805) e i debiti liguri, tra cui le compere di San Giorgio, furono posti in liquidazione secondo le medesime norme che erano state applicate al debito pubblico francese. Le leggi del 1804 ebbero comunque un effetto pratico: le carte del debito pubblico relativo all’antico Comune, alla repubblica del 1528 e alla repubblica ligure furono aggregate a quelle delle antiche compere e da allora ne seguirono sempre le sorti archivistiche con la sola eccezione della documentazione medievale, scorporata dall’archivio del Banco e suddivisa in due fondi a sé stanti: il c.d. “Antico Comune” e le “Compere e mutui”.

Anche nelle compere di San Giorgio, come nelle più antiche, i luoghi fruttavano annualmente un provento o censo, costituito dagli introiti fiscali che nel 1407 lo stato cedette ai creditori in cambio dei capitali ricevuti a prestito. Per le nuove compere si fissò dapprima una rendita del 7% (lire 7 per ogni luogo da 100 lire), [5] che potè essere rispettata solo per pochi anni e poi andò gradualmente riducendosi. Al nucleo originario delle compere furono infatti aggregati successivamente nuovi e ingenti prestiti allo stato accompagnati - quasi sempre - dalla cessione alla Casa di nuove gabelle, ma i suoi proventi globali non crebbero nella medesima proporzione del capitale anche perché la maggior pressione fiscale allargò il margine dell'evasione.
Rispettando la prassi applicata da tempo nell'amministrazione pubblica, [6] l’amministrazione delle compere era suddivisa in esercizi annuali, che iniziavano a febbraio e si concludevano nel gennaio seguente; questa scansione temporale regolava sia l'amministrazione del capitale, vale a dire la formazione e l'aggiornamento delle matricole dei luogatari, l'accredito e la liquidazione dei proventi, la registrazione e la raccolta delle scritture, ecc., sia quella delle imposte assegnate per il servizio degli interessi.
Il provento di ciascun esercizio era fissato con decreto dei Protettori ed era stabilito in genere nei mesi di aprile - giugno, quando le vendite di quasi tutti gli introiti erano concluse. Solo a quel momento la Casa poteva valutare con una certa attendibilità le somme disponibili nell'anno, che erano rappresentate dai prezzi a cui aveva ceduto (« appaltato ») le sue entrate fiscali, dal gettito presuntivo di quelle che - non avendo trovato compratori - dovevano essere gestite in economia e da altri redditi di varia natura (interessi sui mutui attivi, canoni enfiteutici e locativi degli immobili in uso a terzi, condanne, etc.). Dagli introiti così calcolati si deducevano le spese ordinarie e straordinarie di amministrazione, le sovvenzioni alla repubblica, le somme spettanti alle comperule, un fondo di copertura contro eventuali insolvenze di debitori, etc. . Ciò che restava era ripartito per il numero dei luoghi esistenti ed il risultato, espresso in lire e soldi, costituiva il provento spettante per quell'anno ai comperisti od ai loro cessionari per ogni luogo da 100 lire. A partire per lo più dal mese di maggio o giugno aveva inizio la procedura di accertamento e liquidazione del credito di ciascun luogatario, procedura che assunse forme varie e diverse nel tempo. Conformemente alle norme applicate nel passato, l'interesse annuale spettante ai luoghi delle compere di San Giorgio fu suddiviso inizialmente in quattro rate (pagae) scadenti nel maggio dell'anno a cui si riferiva e nei successivi mesi di agosto, novembre e febbraio, [7] e la stessa ripartizione si adottò ancora per qualche tempo in alcuni documenti solenni. [8] Tuttavia, nella prassi quotidiana, la distinzione in quote trimestrali fu sempre meno rispettata e le scadenze non vennero mai osservate. [9] Ciò dipese da varie cause, tra cui l'esiguità del personale addetto alle operazioni a fronte del rilevante numero dei luogatari; un altro motivo fu che, provvedendosi alla registrazione dei proventi su richiesta formale dei titolari e non d'ufficio, molti di essi tardavano anche di parecchi mesi (qualcuno di anni) a chiedere il dovuto, vuoi per ragioni di lontananza, vuoi per pigrizia o trascuratezza; un ruolo importante ebbero pure le carenze temporanee di liquidità di San Giorgio, che furono spesso risolte ritardando i pagamenti anche di parecchi anni. Per tutte queste ragioni, il termine pagae perse il significato originale per indicare semplicemente i proventi dovuti ai comperisti e « lira di paghe » (libra pagarum) fu detta l'unità di conto in cui erano espressi.
Circa il modo della sua liquidazione, in un primo tempo essa venne effettuata mediante compensazione di eventuali debiti verso la Casa, con versamenti in contanti, sotto forma di accrediti (scriptae) in banchi privati e dal 1420 con bonifici nel banco di numerato operante in San Giorgio. [10] Dopo la cessazione dell'attività bancaria (1445), il pagamento dei proventi assunse ancora la forma di compensazioni interne, versamenti in contanti e mandati sui cassieri di San Giorgio, per concentrarsi infine nei nuovi banchi di numerato aperti nel 1531 e 1539.

A chiusura di questo succinto profilo delle compere di San Giorgio, si segnala che la massa documentaria da esse lasciata è di tale imponenza e varietà da rendere la sua inventariazione alquanto più complessa che per gli altri debiti amministrati dalla Casa. La conseguenza è stata la scomposizione del fondo in un maggior numero di serie, di cui le prime quattro riguardano lo stato del capitale (Iscrizioni; Sactistiae; Summae locorum; Repertori nominativi), le successive tre serie hanno per oggetto i trasferimenti di proprietà o di destinazione (Trasferimenti verbali; Ordini di trasferimento; Mutamenti dei vincoli) e le cinque seguenti la liquidazione dei proventi (Pagamenti in contanti; Scuse; Paghe: contabilità; Paghe: disposizioni scritte; Residui). Le ultime tre serie si riferiscono infine all’ufficio preposto al commercio delle paghe, al contenzioso ed alle miscellanee.

Giuseppe Felloni




[1] Sui rapporti tra Comune e comperisti si veda principalmente V. Polonio, L'amministrazione della res publica genovese fra Tre e Quattrocento. L'archivio "Antico comune", in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », n.s. XVII/I (1977), passim.
[2] L'aliquota dell'interesse, stabilita al momento dell'emissione del prestito, aveva un carattere del tutto particolare: la rendita reale poteva infatti essere minore del tasso concordato (se l'introito non bastava a pagarlo), ma non poteva superarlo.
[3] Legge 15 dicembre 1797 del governo provvisorio.
[4] Leggi del 20 e 30 aprile 1798.
[5] Decreto governativo 7 maggio 1407: « Item ... deliberaverunt ... imponere comperam unam novam que nuncupabitur compera nova Regiminis Sancti Georgii, cum assignationem librarum septem Ianuae solvendarum pro proventibus omni anno pro singulo loco per quatuor pagas, ex illa videlicet assignacione olim assignata dicte compere Regiminis desbitande» (Archivio di Stato di Genova [A.S.G.], Manoscritti, membranaceo n. XII [ora 412,00012, già pand. n. 3, , n. 13], cc. 4-6).
[6] V. Polonio, L'amministrazione della respublica genovese cit., pp. 78-79.
[7] Decreto dei Procuratori e Protettori di San Giorgio 16 settembre 1410 (A.S.G., Manoscritti, membranaceo n. XII [ora 412,00012] cit., cc. 36-38).
[8] Ad esempio nei primi registri contabili dell'Ufficio dei Protettori e nei decreti governativi che imposero ai luogatari il prestito al Comune di una paga particolare.
[9] Ciò si rileva ad esempio nelle matricole dei luogatari ove, in corrispondenza dei capitali iscritti, si annotavano in margine i proventi annui loro spettanti: nella maggioranza dei casi gli accrediti sono suddivisi in due o tre quote o addirittura in un'unica cifra e anche quando sono frazionati in quattro voci, gli importi non sono imputati a questa o quella rata e sono registrati in date difformi da quelle canoniche. L'unica parziale eccezione è costituita dalle matricole del 1419 dove la rata di maggio, essendo oggetto di un prestito forzoso al comune, fu definita esplicitamente come tale e registrata con una scrittura a sé stante; invece le rate successive, rimaste ai titolari, furono spesso cumulate, senza alcuna apparente logica, in una o due voci.
[10] Decreto governativo 15 febbraio 1420, rinnovato l'8 aprile 1423 (A.S.G., Manoscritti, membranaceo n. VII [ora 412,00007, già pand. n. 3, n. 8], cc. 548 e 561-562).